di Lorenzo Buzzi e Sara Cianfarani Carnevale

Il bagliore del sole del 4 Luglio è forte. Il caldo, nonostante la distanza dalle affollate città, rimane comunque difficile da sopportare anche tra le vette del Terminillo. Sulla strada verso la Stazione Metereologica ci accorgiamo di trovarci in un’area un tempo destinata al turismo invernale.

Tra i negozietti abbandonati e gli addobbi invernali, ormai scoloriti e rovinati, che circondano il Terminillo, sembra di sentire ancora il rumore degli stivali che affondano nella neve fresca, le risate dei bambini che provano per la prima volta gli sci.

Mentre ci addentriamo nel cuore dell’osservatorio il nostro sguardo incrocia quello del Dott. Massimo Pecci, una lunga carriera di esperienze e imprese uniche, che coniugano Alpinismo e ricerca. Terminata la sua carriera militare, decide di scalare le Ande nel 1986. Dieci anni più tardi è in attività sulle nevi e sui ghiacci di Himalaya e Karakorum. Dopo essersi dedicato alla geologia, combina gli studi relativi ad ambienti di alta montagna nel soccorso alpino (CNSAS) alle attività politiche e didattiche.

“Siamo dentro una delle stazioni meteorologiche più antiche nella zona”, racconta Pecci. “All’epoca non era facile, dal punto di vista scientifico, ottenere dati quantitativamente accettabili. Le misurazioni richiedevano almeno 30 anni di studi costanti”.

Con la gentilezza di chi ha un approccio sentimentale al lavoro, il professore ci racconta del ghiacciaio del Calderone: situato sul versante orientale del Corno Grande, è il ghiacciaio più meridionale d’Europa. Ad oltre 2.600 metri di quota, è caratterizzato da piccole dimensioni e una forte sensibilità climatica. Non lo descrive come se fosse solo un oggetto di studio, ma come un paziente anziano, uno di quelli che da anni sembravano essere sul punto di cedere, ma che invece sono ancora lì. “Sta per morire, ma resiste!”, dice affettuosamente.

Secondo gli studi che ha condotto tra gli anni 1994 al 2019 sul ghiacciaio, relativi allo spessore e alla densità del manto nevoso, si stima che il suo bilancio di massa, ovvero la differenza tra accumulo e perdite del ghiacciaio nell’arco di un anno, ha avuto una tendenza particolarmente negativa, con sporadiche pulsazioni positive. Ha cambiato forma, riorganizzandosi a riempire appena l’ombelico della conca, resistendo in silenzio.

Una particolare attenzione va tuttavia rivolta verso l’aspetto riguardante la porosità della neve: proprio in virtù dell’aumento di densità, infatti, essa tende sempre di più ad avere pori ricoperti d’acqua.

“Fino a 10 anni fa, per gli escursionisti che finivano vittime di valanga, si considerava un lasso di tempo di 18 minuti all’interno dei quali erano ancora alte le probabilità di trovare superstiti ancora in vita (ignorando incognite esterne come ad esempio i traumi). Ad oggi tuttavia, quella che era una neve ancora fredda con aria ora è riempita d’acqua, che ha portato ad una drastica riduzione dell’arco temporale a 10 minuti”.
I cambiamenti del clima dunque, hanno impatti diversi e difficili da gestire, come nel caso della prevenzione del rischio legato alle valanghe.
Ad oggi, è praticamente impossibile prevedere le valanghe, sono fenomeni legati alla forza di gravità e alla pendenza, in cui giocano un ruolo fondamentale il tempo e lo spazio. Attualmente si possono allestire opere di prevenzione per arginare il problema, ma la soluzione principale resta una:
“Consapevolezza! D’altronde lo dice lo stesso Munter ogni volta che esordisce con la sua regola di valutazione del rischio: la valanga non sa che tu sei un esperto, dobbiamo sempre ‘alzare le antenne’”
Mentre conversiamo ci spostiamo tra le strumentazioni della stazione. Il professore ce le mostra tutte, dal gonio-anemometro, in grado di misurare contemporaneamente la velocità del vento e la sua direzione, al pluviometro che misura la quantità di pioggia caduta, fino al misuratore di radiazione solare che invece misura la durata dell’illuminazione solare, il tutto con l’entusiasmo di un bambino.
Con questi strumenti da oltre 70 anni si registrano i dati che contribuiscono alla scienza del clima, che ci aiuta a spiegare i cambiamenti dell’Appennino.

“Ne vanno evidenziate le unicità, e ce sono davvero tante”, ci risponde. Raccontare l’Appennino vuol dire descrivere una pluralità di fisiografie e morfologie diverse, le quali derivano da una piccola età glaciale (avvenuta tra il 1500 e 1900) e ancor prima dall’azione della tettonica a zolle.

Queste condizioni peculiari hanno permesso lo sviluppo della vita che ha portato in seguito allo sviluppo della Culla del Rinascimento, della Cultura e della Tradizione della penisola nella sua interezza.

“L’Appennino è vita, avventura, conoscenza. È quel posto che fa per me, dove si parla tanto, non poco, dove il saluto avvicina gli animi più veri e autentici. La montagna insegna questo”.


