di Claudia Cataldi e Elisabetta Di Carlo

“Ne organizzammo un altro di concerto che, alla fine per una serie di ragioni, finì ad essere organizzato proprio davanti la casa di Pietro Dohrn. Un concerto di Hevia, questo musicista bellissimo, quella sera arrivano 5000 persone. Verso le sette/sette e mezzo di sera stavano facendo il soundcheck, tutti i musicisti sul palco, lì davanti casa di Pietro, iniziò a piovere in modo allucinante. Io vedo questi che corrono e mi precipito a casa di Pietro preoccupato di una sua reazione a questa invasione. Aprii la porta e trovai tutti i musicisti dentro che suonavano e lui che batteva il ritmo col bastone. Mi fece sentire un cretino perché: come potevo pensare che lui non capiva la situazione? Tutti quelli erano andati lì per ripararsi sotto la tettoia. Lui aveva aperto la porta, li aveva fatti entrare. Era una persona di grande intelligenza. Ecco, Pietro Dohrn era questo”.

A parlare è Roberto Lorenzetti, ex Direttore dell’Archivio di Stato di Rieti dal 1980 per 42 anni; ci racconta aneddoti sul suo rapporto con Pietro Dohrn mentre ci parla di sé, del suo lavoro come archivista e del suo operato all’interno della Riserva Naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile. Siamo negli uffici dove è custodito l’archivio di Pietro Dohrn che fa bella mostra di sé, dandoci il dorso. L’ufficio in cui ci troviamo è nella struttura che ospita le due idrovore che dalla sede della riserva, in automatico, si azionano per pompare acqua verso un canale che la convoglia verso la cascata delle Marmore. Questo meccanismo consente di mantenere sempre controllato – perché non si trasformi in una palude insalubre – il livello dell’acqua nella piana reatina.

La figura di Pietro Dohrn, tra le più importanti della storia dell’ecologia, è legata a doppia mandata alla pianura reatina. Biologo marino, Dohrn crebbe in un ambiente familiare segnato dall’attività di suo nonno Anton, che fondò la stazione zoologica di Napoli dove ebbero l’occasione di lavorare i migliori scienziati mondiali dell’epoca (inclusi alcuni premi Nobel).
La stazione zoologica attraversò vicende felici e meno felici finché diventò una istituzione ed Ente di ricerca (come lo è tuttora). Pietro ebbe ruolo fondamentale nella creazione dell’Ente Morale “Pace in Maribus” avente sede a Castellabate nel Cilento e di cui volle ritagliarsi il ruolo di coordinatore. Prima di trasferirsi “per amore“ (come sottolinea Lorenzetti) nella Piana Reatina e nel casale a Colli sul Velino (poi divenuto centro direzionale delle iniziative ambientaliste: WWF e Greenpeace), regalò alla stazione zoologica la Villa Dohrn a Ischia.

L’indole carismatica di Pietro Dohrn e il suo essere al centro del movimento dei giovani ambientalisti dell’epoca lo porta a completare l’idea, nata dalla reazione all’utilizzo dei laghi dall’Acea per la produzione dell’energia elettrica, di istituire la Riserva, che infine nasce nel 1985. Roberto Lorenzetti lo descrive così: “Piero è una persona estremamente riservata ( … ) veniva giudicato anche in modo bizzarro anche perché lui è arrivato qui dal mondo un po’ ovattato della stazione zoologica, i suoi rapporti, lì, erano intrattenuti con i capi di stato. La prima biografia della famiglia Dohrn la scrive Theodor Heuss che è stato il primo Presidente della Repubblica Federale Tedesca dopo la guerra. (…) Ma qui (nella Piana Reatina – n.d.r.) Pietro arriva e si toglie l’abito anche fisico. Gira con una tuta jeans e una vecchia macchina scassata, e non ha una lira”.

A guidarci nella riserva è Anna Negri, la responsabile delle attività di educazione ambientale destinate alle scuole del territorio. Ci racconta del “terremoto” che squassa l’edificio ogni volta che si attivano le idrovore finchè non si stabilizzano.

Il palazzo fu costruito durante la bonifica della Conca Reatina che un tempo era occupata dal grande Lacus Velinus che con le sue continue variazioni di livello procurava rovinose inondazioni. Per far fronte a questo problema all’interno dell’edificio vennero installate delle idrovore che regolarizzavano il livello delle acque riducendo il problema delle inondazioni e permettendo così di lavorare i terreni circostanti. Attraverso il collegamento del canale della Vergara i due laghi, per effetto dei vasi comunicanti, mantengono un livello simile quindi, prelevando le acque del lago di Ripasottile, anche quelle del Lago Lungo vengono regimentate.

Anna ci parla anche delle attività educative, di cui è coordinatrice e responsabile. Queste attività sono tra l’altro volte al tentativo di riscoperta di economie potenziali, obiettivi propri della Riserva ideati e sostenuti dal nostro Lorenzetti. Nel merito Lorenzetti ci ricorda di avere tentato in passato di innescare processi produttivi e di trasformazione “Abbiamo iniziato noi nel 2006 a fare i primi laboratori di pittura con il guado, a raccontare questa pianta. Io mi sarei aspettato – ero pieno di entusiasmo – con 10 ettari di terra al lago Lungo coltivato a guado (Isatis tinctoria). Figuriamoci se non c’è qualcuno, 2 disoccupati, 2 signore, 3 o 5 che comprano dei maglioni di lana, li tingono col guado e li vendono nelle boutique di Rieti (…) ma neanche uno, neanche uno gli è venuto in mente di dire ma questa roba può essere una piccola opportunità (…) ma ecco si tratta di piccole opportunità, non di grandi trasformazioni. Non è che voglio dire che la Riserva si assolve a prescindere, insomma. Però devo dire che questi tentativi in parte sono stati fatti”.

Il tour con la paziente e coraggiosa Anna prosegue al casotto di bird watching sui laghi, torna prepotente la questione ecologica ed ecosistemica che Lorenzetti, ci spiega, procedere verso l’impaludamento dei laghi prefigurando una sua evoluzione prevedibile in 60 anni. Infatti i laghi diventano sempre meno profondi a causa del naturale processo di sedimentazione di depositi di materiale organico e inorganico e dalla loro originaria scarsa profondità. Si dovrebbe intervenire dragando, dice Lorenzetti, ma questo significherebbe distruggere ecosistemi esistenti oltre che essere vietato in un’area protetta. E su questo punto Lorenzetti lascia aperta la questione non essendoci apparentemente soluzione.

Stimolato dalle nostre domande, ci racconta dei conflitti ancora vivi con i contadini e le paradossali collaborazioni con i cacciatori nel monitoraggio dei cinghiali nelle zone della Riserva di proprietà degli agricoltori. E’ noto, infatti, che le aree protette sono obbligate a indennizzare i danni da mancato raccolto. E prosegue dicendo che durante la sua gestione passarono da indennizi che raggiungevano i 400.000 euro ai 20.000 euro grazie a queste collaborazioni e alla distribuzione di reti elettrificate da sistemare strategicamente nei punti di passaggio dei cinghiali . “Ma facemmo di più (…) un bando perché dopo tutte queste pressioni facciamo un po’ come il guado: cattura dei cinghiali per farne salsicce con il nome della Riserva (…) ma rispose solo una ditta di Spoleto che chiedeva garanzie di numero di capi e di modalità di ritiro inaccettabili”.

I conflitti con i contadini che ricadono nella Riserva sono legati al loro essere agricoltori part-time come li definisce il sociologo dell’agricoltura Corrado Barberis citato dal nostro Lorenzetti.

Secondo Lorenzetti, trovare strategie per mitigare l’odio e la contrapposizione degli imprenditori agricoli all’area protetta è una faccenda di piani di assetto “si fanno, appunto, concertando, anche perché la riserva era in forte ritardo per un piano d’assetto, e in assenza di questo si applica la legge nei livelli più rigidi, insomma. Quindi qualcosa in più è possibile ma semplicemente dopo, alla fine del percorso di un piano d’assetto, una sorta di piano regolatore della riserva. Lo si fa mediandolo appunto con tutti i portatori di interessi”.

Il tema rappresenta la ferita viva dell’ecologia. Oggi questa rischia ad ogni iniziativa di perdere forza perché viene drammaticamente contrapposta allo sviluppo economico, come si dice anche nel Documento conclusivo del Gruppo di Lavoro, propedeutico alla Conferenza Nazionale sulle Aree Protette del 2013.

Occorre quindi la messa a punto di un programma sistematico di formazione permanente delle istituzioni studiato “con” e “per” gli afferenti di prossimità che così vengono gentilmente educati a diventare i sostenitori primi delle aree protette.
Servono modalità antiche ma nuove: l’urgenza di tramandare informazioni, ricerca scientifica sapienze e conoscenze attraverso la forma del racconto.

Come ci ricorda Lorenzetti, “una delle cose che iniziò a fare Pietro fu intervistare i vecchi contadini: prendeva appunti, si faceva raccontare le storie perché per lui era un modo per entrare in questo mondo, doveva conoscerlo e i suoi maestri erano i contadini”.

