di Giorgia Leonardi

Le mani di Sabatino si muovono delicatamente sulle vecchie carte sparse sul tavolo, in un miscuglio di linee e piccoli numeri. In queste strisce di carta è rinchiuso il patrimonio di dati e informazioni meteo del Centro Appenninico del Terminillo “Carlo Jucci” dell’Università di Perugia, che registra questi dati in modo continuativo dal 1955. Tra le varie attività del centro c’è infatti la gestione di tre stazioni di rilevamento meteorologiche: a Rieti a 378 m slm, a Pian di Rosce a 1000 m slm e sul monte Terminillo a 1700 m slm.

Nelle ultime due i dati vengono raccolti da strumenti digitali ma la vera singolarità è nel centro della piana reatina, dove due tecnici, Sabatino Olivieri e David Giovannelli, raccolgono quotidianamente i dati meteorologici tramite strumenti ormai antichi, che funzionano grazie a meccanismi, orologi, strisce di carta e pennini stilografici.

Ogni lunedì mattina, Sabatino e il suo collega cambiano le cartine su cui un pennino stilografico sporcato di inchiostro, registra le variazioni dei dati climatici, li trascrivono su dei registri e, da qualche anno, li caricano su dei computer che elaborano i dati.
Camminando nel piccolo prato che ospita la stazione atmosferica, con semplicità e un pizzico di romanticismo, Sabatino ci spiega il funzionamento di questi strumenti ormai sostituiti in tutto il mondo dagli strumenti digitali.

All’interno di una capannina in legno di larice, verniciata di bianco, sopraelevata a un metro di altezza ed esposta a nord, proprio come vuole la convenzione internazionale, ci sono i due termoigrografi. Uno per misurare la temperatura dell’aria e l’altro per la temperatura del suolo, a 5, 10 e 20 cm di profondità. Due pennini stilografici registrano in modo continuativo, su delle cartine settimanali, la temperatura e l’umidità dell’aria. La variazione di temperatura è misurata grazie alla contrazione e al dilatamento di un liquido presente nel meccanismo, mentre la variazione di umidità grazie all’allungamento e all’accorciamento di un fascio di capelli teso tra due sostegni.

L’unico strumento digitale è l’anemometro. Sabatino sembra disinteressato a questo strumento che non ha bisogno di attenzioni costanti per funzionare, lo menziona appena. Forse perché scontato, troppo facile, una cosa che potrebbero avere tutti a disposizione.
È invece contento di parlare dell’evaporimetro, ovvero una vasca in cui si raccoglie l’acqua piovana. Ogni giorno Sabatino e David abbassano una vite metallica graduata fino al pelo dell’acqua e vi leggono la differenza di altezza in millimetri.

Un altro strumento interessante è il piezometro. Costituito da un profondo foro nel terreno con all’interno un galleggiante che alzandosi e abbassandosi, in base all’altezza della falda acquifera, fa muovere il pennino stilografico. Nella piana reatina, che in passato ospitava un grande lago, la falda è molto superficiale, Sabatino ricorda bene quando la falda è salita al livello del terreno, come nelle varie alluvioni che Rieti ha vissuto nel corso degli anni.
Nel centro vengono misurati anche i dati di precipitazione e di energia solare al cm2, tramite pluviografo e piranografo.

Rientrati negli uffici del centro, Sabatino ci racconta i principali cambiamenti degli ultimi anni, con tante domande sul cambiamento climatico, tanti “chissà”. Non interpreta i dati, si limita a raccoglierli e conservarli. Ricorda il giorno più caldo, il 29 luglio 2005, quando il termometro ha toccato i 39°C; il giorno più piovoso, l’8 ottobre 1998 in cui hanno registrato 115 mm di pioggia; l’anno più caldo, il 2022 in cui per 82 giorni la temperatura è salita sopra i 30°C.
Parla con voce rassegnata, perché questi strumenti non vengono più studiati nelle scuole, perché altri enti hanno posizionato strumenti digitali accanto ai loro senza prendere in considerazione i loro dati analogici.

Un altro modo con cui da 12 anni il centro Jucci raccoglie dati climatici, è attraverso i giardini fenologici. Si tratta di due giardini identici, posizionati accanto alle stazioni meteo di Rieti e di Pian di Rosce. Qui sono direttamente le piante a fornire i dati climatici. Ogni specie, infatti, segue dei ritmi stagionali, influenzati principalmente dalle condizioni meteorologiche, e con un occhio ben allenato è possibile riconoscere le varie fasi della attività vegetativa e riproduttiva.
Ogni settimana i tecnici del centro, compilano una scheda per registrare la fase in cui ogni pianta si trova, come la fase di distensione fogliare, rigonfiamento delle gemme e di fioritura.

Le piante studiate sono omogenee in tutta Italia e i cloni vengono forniti dall’Università di Bologna, per ridurre al minimo la variabilità. Questi due giardini fanno parte della Rete europea dei Giardini Fenologici Internazionali, un’importante rete di monitoraggio della diretta correlazione tra cambiamenti climatici e ciclo di vita delle piante.
L’Università di Perugia non indice concorsi per il ruolo di tecnico del centro Jucci dal 1994. Quando Sabatino e i suoi colleghi andranno in pensione, nel giro di una decina d’anni, questi strumenti già superati, saranno molto probabilmente abbandonati. Sarebbe una grave perdita se l’abbandono coinvolgesse tutte le attività che il centro Jucci svolge per l’Appennino, che da 70 anni studia, acquisisce e conserva dati meteorologici, fenologici, agronomici e botanici.

